Antologia della critica

Salvatore Brancati
Una vita che diventa canto, addirittura inno alla natura, allorché la pittura di Fertitta indugia sulle vecchie «cale» e nelle zone portuali movimentate dal traffico fumoso e tumultuoso dei natanti variopinti.
Le marine e le campagne, ricche di cobalti e di smeraldi, offrono a Fertitta, così come le zone popolari dei mercati, elementi di particolare interesse per una pittura materica e corposa, fatta di toni accesi ma non violenti, che nella spatola trovano spesso il mezzo più idoneo per la loro espressione. …
RAI – TV 3 aprile 1963

Salvatore Cimino
… E questo suo dipingere con l’anima, la perfezione tecnica della sua maniera pittorica, ogni cosciente virtuosismo cromatico, la sua capacità di ricomporre sulla tela atmosfera, luci ed ombre del «vero», oltre a rivelare una superba preparazione artistica, ci presentano un artista completo, un pittore «nuovo» e fedele ad un tempo ai valori tradizionali dell’arte pura.
«Scena Illustrata» novembre – dicembre 1964

Melo Freni
… Le ispirazioni di Carmelo Fertitta rimangono sempre quelle native: uno scorcio di periferia, un quartiere popolare, una fila di barche al tramonto, una poesia – insomma – che viene dal mondo delle semplici cose e che in lui si presta ad essere oggetto di profondi raccoglimenti e di emozioni.
RAI – TV 1 aprile 1965

Riccardo Campanella
Dotato di un senso del colore che lo caratterizza come impressionista, Fertitta incentra la sua ricerca verso un ideale di obiettività che gli consente di rivolgersi alla natura e al paesaggio con straordinaria sincerità. Non c’è in Fertitta la volontà di scomporre la luce nei colori dello spettro, alla maniera di Seurat per intenderci, tuttavia però il suo isolare i valori cromatici in pennellate che cercano lo “a solo”, in quanto esistenti in sé e per sé, ci chiarisce come il pittore si volga alla natura per scoprirne esclusivamente i valori cromatici che ora si accendono sotto l’immenso fluire della luce ora si chiudono nel tono basso dell’ombra. In questo senso il suo rivolgersi alla natura ci sembra straordinariamente sincero. E’ la prova di questa ricerca assoluta viene data in dipinti come “pescatori e barche” in cui i due marinai sono intuiti come macchie di colore e, lungi dall’accordare loro il ruolo di protagonisti, il Fertitta li compone pacatamente in armonia con le cose.(…)
Il suo antirealismo, nel senso che non si pone mai una tematica umana o sociale che sia, lo pone nella sfera dei ricercatori puri adoratori della luce e schivi del dramma.
Gazzettino di Sicilia 27.10.1965

Bruno Morini
… La tavolozza è ricca ma pacata, i toni caldi, spesso dorati. Allo spatolato sicuro e ordinato fa riscontro una sintesi non priva di efficacia.
«Il Giornale d’Italia» 3 dicembre 1966

Albano Rossi
La pittura come emozione
Carmelo Fertitta appartiene alla schiera dei pittori d’istinto. E’ una schiera che va sempre più rastremandosi in un periodo, come quello che stiamo attraversando, in cui predomina l’arte di idee, l’arte che teorizza se stessa, tuttavia in essa di rado si scoprono artisti di apprezzabile valentia. Come Fertitta, appunto. Con questo non voglio dire che Fertitta sia munito soltanto di doti istintive, ché anzi è uomo di buona cultura e aggiornato, costantemente portato all’indagine intellettuale. Vorrei più semplicemente sottolineare come egli osservi la natura, assimilandola o godendola, o comunque sempre rendendosi partecipe col sentimento, in termini pittorici.
Diario limpido
Le prime immagini di questo limpidissimo diario vennero alla luce oltre una decina d’anni addietro, proprio in un periodo in cui gran parte della nostra pittura contemporanea, pressata da istanze d’ogni genere, si dibatteva tra il caos e l’alienazione, e rivelavano, nella appartata umiltà del loro autore, evidenti qualità espressive, e un vigore morale sufficiente a preservarla dai rischi del suo isolamento.
Tali facoltà rappresentative di una condizione poetica particolare che, aliena dall’esaurirsi in se stessa, palesa giorno per giorno gli elementi di un proprio linguaggio, spiegano in che modo il carattere di questo pittore abbia saputo affermarsi con aristocratico impegno, rinunciando al comodo supporto delle formule in voga. Questa non comune coerenza col proprio mondo poetico, che può trovare ascendenze entro l’alveo del neo-impressionismo, è la nota costante dello spiccato temperamento pittorico di Fertitta; coerenza vigilata sempre dall’intelligenza, che gli ha consentito di pervenire a una sempre maggiore proprietà di forme, a una pertinenza e luminosità del colore, a un prevalere, infine, del dato emotivo e della carica espressiva.
Figurazione nitida
Da qui il suo aderire a un linguaggio di nitida figurazione, ma si tratta di una figuratività che non va confusa con quella dovuta a sterili orgogli, a impotenti picche intorno alla pittura cartolinesca o supinamente naturalistica, perché, sul piano della legittimità del diritto del pittore alla partecipazione creativa, l’inchino al dato naturale è atto di viltà o di vuotaggine, avvilente l’artista stesso, che vien sostituito in tal caso dal modesto e diligente artigiano.
Invece qui si tratta di una legittima partecipazione “ingenuflessa”- per quanto sia inutile scomodare un così curioso aggettivo, accostandolo al nome di Fertitta – a ragione di struttura, di succosità coloristica della pittura fertittiana, che regge appunto sull’impalcatura solida della realtà accettabile e per nulla timorosa del contenuto. Certo il fiore è un fiore, la barca è una barca, la montagna una montagna, ma il fiore, la barca e la montagna si trasfigurano in Fertitta sotto l’onda del colore, si fanno emozione, o sentimento, o stato d’animo.
Pensiero ed arte marzo – maggio 1967 – Bari

Paolo Fortini
… Carmelo Fertitta è un pittore puro, un artista completo, in ogni senso; egli dipinge con l’anima, col sentimento, che si fondono con la sua indiscutibile preparazione artistica e con la grande capacità di cogliere i colori e di unirli, a creare delle opere davvero notevoli e meritevoli di ogni interesse. …
«La Nazione» Firenze 191uglio 1967

Francesco Carbone
Fertitta è pervenuto ad una totale liberalizzazione del segno e del colore. Una pittura affidata cioè ai condizionamenti della fantasia, al gioco dei flussi e riflussi della memoria che non si preoccupa più della cosa in sé (della sua connotazione rielaborata), ma che rincorre l’idea (o la sintesi) della cosa.
La superficie acquista così una maggiore decantazione; non fissa più momenti di un continuo racconto, né pause né iterazioni di esso, ma attiva, conclude e riprende – in una rapida e suggestiva successione di segni-labirinto o di allusivi inglobamenti – un reperto che la memoria ha liberato da ogni contaminazione intenzionale (da ogni costrizione rappresentativa), per tramutarlo in pura essenza della fantasia, in tensione autenticamente lirica.
C’è, è vero, all’origine, lo stesso modo di aderire al colore, di contenerlo in certe scansioni e di stimolarlo al massimo delle sue accensioni negli spazi meno prevedibili della tela, soprattutto nei lavori di quest’ultimo periodo nei quali l’olio è stato sostituito in prevalenza dal pastello. Una tecnica che Fertitta impiega al massimo del suo rendimento, pur nelle inevitabili difficoltà che questo mezzo nasconde.
Talvolta il pittore avverte la necessità di ricorrere all’effetto di simbolismo d’estrazione marcatamente espressionista: il volto della donna e dei bambini dolorosamente sovrastanti le macerie causate dal recente terremoto; o quello inteso ed indefinito, evocato, di un’altra donna.
E’ chiaro, per concludere, che più che ai richiami al virtuosismo di un Odilon Redon, la sensibilità così notevole di Fertitta trovi un più congeniale riscontro nell’inesauribile disponibilità poetica di un Klee.

Voce nostra Settimanale di cultura e di attualità – marzo 1968

Carlo Emanuele Bugatti
Per la pittura di Carmelo Fertitta si potrebbe con una certa aderenza parlare di pittura metafisica rivista con occhi da uomo del Sud (più nel senso di Carrà che in quello di De Chirico). Credo che nella pittura di Fertitta vi sia di più di quanto è stato rilevato, un qualche cosa che affonda le sue ragioni nella complessa struttura culturale che si legge nelle sue opere.”
La rivista internazionale degli artisti Ancona 1969

Ferruccio Nuccio
La produzione pittorica di Fertitta propone un discorso complesso, in quanto si passa dal quadro quasi ottocentesco, ad un tendenza neoimpressionistica, sino a raggiungere, in alcune opere, la soglia del metafisico.
Dal punto di vista del contenuto, la sua produzione pittorica non rimane fine a se stessa; egli cerca continuamente agganci con la realtà che lo circonda, preoccupato di superare ogni possibile immobilismo che lo porti in un chiuso narcisismo artistico; è aperto al dialogo con l’osservatore, cercando con questi il completamento del discorso pittorico, riuscendo così a stabilire un filo conduttore tra il suo spirito artistico e l’emotività dell’osservatore.
Le sue tele sono piene di luce e di colore, un sentimento poetico aleggia in ogni sua realizzazione, e si estrinseca nella delicatezza delle tinte la cui dosatura rimane il segreto della pittura di Fertitta. Con la sua pittura rivive i colori, gli umori, i sentimenti della terra siciliana, ma, alla continua ricerca di un discorso artistico progressivo, non s’inebria soltanto di luce e di colore. Nello sforzo costante di rinnovare se stesso, senza indulgere a influssi manieristici, si nota l’ansia e l’impegno che l’artista pone nella realizzazione di ogni sua opera, riuscendo ad imprimere in ciascuna di esse, oltre al tocco inconfondibile del suo stile e del suo segno, il suo intimo sentire.
La libertà di Reggio Emilia – 22 aprile 1972

Melchiorre Caruso
Profondo sensitivo e profondo critico di se stesso, attento dominatore di ogni moto istintivo, cesellatore dello stesso sino alla più completa simbiosi col pensiero, ultimo e supremo coordinatore, Fertitta si pone come un maestro che sa approfondire unitamente canoni e mezzi espressivi, non riplasmatore di altrui esperienze, non seguace di transitorie mode, ma libero creatore di una problematica autonoma, che non stupisce se appare in una successione temporale di apparenti antinomie.
La realtà delle cose è creata dal continuo superamento dialettico di opposte esperienze e Fertitta riesce a mantenersi dominatore delle antitesi, mai superato dalle stesse. Comprensibili, di conseguenza, gli approfonditi studi sui più riposti significati di ogni singola espressione cromatica, lo spaziare in ogni campo descrittivo, l’utilizzazione di ogni mezzo tecnico sia esso tradizionale o di nuovo e personale conio.
Unico rimane, pur tuttavia, l’iter che l’artista percorre, unico l’atto dell’artista formatore. Tutto scorre, e scorrono in un crescendo di raffinata ricerca, sempre più approfondita, le esperienze di Fertitta, che mai una seconda volta si rimmerge in momenti superati, ma sempre uno il filo conduttore delle esperienze stesse, costantemente presente a se stesso.
Ideatore di nuove tecniche rivelatrici di ampie possibilità operative, l’artista esprime, in una perfetta sintesi di caldo sentire, precisione descrittiva e compiutezza realizzatrice. Se l’opera d’arte, nel senso vero e completo della parola, è tale solo quando sa mediare fra creatore e fruitore, ponendo realtà spirituali nuove quasi viventi di vita propria, possiamo asserire che il frutto del travaglio di Fertitta è opera di vera arte.
LE ARTI – giugno 1972

Gabriele Mandel
La vicenda di una immagine, nel vasto campo delle possibilità interpretative, ha molteplici aspetti.
Questo messaggio figlio del gesto, diretto quindi e sorprendentemente efficace, assume differenti valori a seconda degli stati d’animo, della cultura, dell’evoluzione, degli interessi e del merito; ma la misura non è determinabile, per cui non capisco quegli esperti d’arte e quegli addetti ai lavori che pretendono di imporre un concetto loro barattandolo per valore universale.
Così, di queste tavole di Fertitta, io non so dire di più di quanto esse stesse non suggeriscano, ed è vano pretendere che le parole superino la forma delineata dal pittore sulle lastre litografiche.
Abilmente delineate, direi, che per un appassionato d’arte grafica d’un subito si impone innanzi tutto questa qualità profonda della tecnica condotta ad un assunto non banale. Direi anzi che Fertitta s’è scoperto incisore dopo un lungo cammino pittorico che lo ha condotto a realizzazioni tanto efficaci, così individuali, tanto pienamente espressive.
Direi che s’è sciolto a poco a poco da una raffiguratività usuale, comune anzi alla gente della sua terra, per maturare questa visione decorativa e raziocinata del reale, tradotta in chiave di vetrata, di schema.
La sicurezza delineativa della realizzazione litografica affida alla moltiplicazione su carta gli stessi colori, i medesimi accostamenti, questa traduzione «da cattedrale» di un angolo intimo, vivo.
Direi che solo Fertitta è giunto a compiere questo riepilogo della natura morta, cogliendone l’atmosfera di intimità usuale e vissuta ma traducendola in un fantastico, irreale motivo da vetrata in cui nulla però è effettivamente tecnica da vetro connesso col piombo, ma è ancora invenzione, e suggestione, e luce e sole e novità e piacere, un piacere gradevole di grafica decorativa cui difficilmente può sottrarsi chi dell’incisione ha la passione e l’amore.
1975 – Incisore – primo presidente dell’ANII, associazione nazionale italiana d’incisori,
docente all’Istituto di Arti e Scienze della Stampa del Politecnico di Torino

Lucio Barbera
L’attuale passato di Carmelo Fertitta
Il cosiddetto “lavoro sui minimi” che sembra essere la filosofia estetica di tanta parte dell’arte visiva di avanguardia, può aiutare a capire a fondo la pittura di Carmelo Fertitta. L’utilizzazione di tale strumento interpretativo può sembrare azzardata dato che siamo in presenza di una comunicazione di tipo tradizionale; eppure esso è di grande aiuto per “vedere”, al di là della pura rappresentazione, il lavoro dell’artista.
Il tono impressionista che viene cadenzato dalle pennellate brevi, distaccate l’una dall’altra, si rivela anch’esso punto di partenza per l’acquisizione del messaggio: Fertitta infatti quasi si rifiuta di comporre l’oggetto da mostrare e preferisce piuttosto accennarlo, sì che il fruitore è chiamato, prima visivamente e poi intellettualmente, a completare la sua opera….
La gazzetta del sud – 9 novembre 1977

Enzo Catania
Li guardi e non riesci a staccartene; è un po’ la dolcezza del dopo l’amore. Superata l’emozione, acquietati i sensi si gioca a strofinarsi l’anima. Il cuore ritorna a settanta battiti, la sinfonia ha ceduto al pianoforte, magari, sul soffitto, s’è stampata l’ombra di un violino. Abituati ad amare la maratona, senza avere il passo né il fiato che ci vogliono, abbiamo bisogno, ogni tanto di trovare un Fertitta sulla nostra strada, per rilassarci, per chiuderci nell’ovatta di un colloquio che ha nel silenzio l’interlocutore discreto, per ritrovare la forza di vivere.
C’è infatti in Carmelo Fertitta il richiamo, inesauribile, di quel mondo dove molta gente è cresciuta in statura e in sentimento; un salto immediato all’indietro provocato dalla macchina del tempo del suo pennello che semina colori autentici ed espressivi, illuminati dalla carica eterna di un transistor, che è l’arte che alimenta e sorregge il suo vigoroso cuore di poeta ricco di sensazioni, penetrante senza artifici, ma sincero.
C’è forse anche una parvenza di fuga dalla città verso il romanticismo; c’è un’acuta nostalgia della semplicità che rifugge le moderne complicazioni; c’è vitalità nei paesaggi di quiete su cui è il colore da fare da “padre padrone”. Una sorta di sofferta alienazione che appaga, attraverso l’incanto di una luce che si abbassa, sino a metterlo in completo isolamento, su quell’attimo di felicità eccitata e fuggitiva.
Artista completo, preparato, stimolante, Fertitta si compiace anche delle sue figure, siano composizioni di natura morta, oppure i bellissimi suggestivi, magnetici ritratti di nudi dove la donna pure scoperta, appare in un alone di trepidante pudore che vela, acuendola in una specie d’attesa, la sensualità che da essa promana.
Il Gazzettino del Sud 15 novembre 1978

Giovanni Marasco
Una composizione di Carmelo Fertitta suscita sempre emozione: per i colori, per la linea sicura incisa oppure frammentata secondo l’insegnamento dei maestri impressionisti, appreso, assimilato, ricreato ….
L’impasto minutamente variegato talora con procedimento tecnico di sovrapposte velature, è sempre eccellente, senza mai prevalere sull’essenzialità cromatica.
Perciò il pittore di Palermo si conferma colorista di classe. Si impone per certe acclimatazioni sui rosa teneri per le accensioni ottenute con un sottile e raffinato lavoro di impasto. ..
«Avvenire» 3 aprile 1979

Egon Tscholl
I colori si fondono nei primi piani in un’ armoniosa espressione di toni verdi-marroni-grigi e gialli oppure sfumano in orizzonti bianco grigi creando così una diffusa luminosità. L’individualità della pittura di Carmelo Fertitta si esprime nella sua personale cromaticità, usando spesso dei tocchi di rosso per dare maggiore luce.
Dolomiten 11 giugno 1985 (traduzione dal tedesco)

Pietro Cataldi (Università per Stranieri di Siena)
Nelle opere di Carmelo Fertitta il punto di vista dell’io appare messo in ombra per dare il massimo risalto alla materia della rappresentazione: scaricato ogni presupposto lirico, il pathos conoscitivo è attribuito per intero all’oggetto.
Come in un’importante tradizione dell’arte moderna, al vedere si sostituisce il veduto.
I paesaggi di quest’artista sono davvero “vedute”, cose vedute.
Dipingere è qui un’affermazione di presenza. Gli oggetti gridano il proprio esserci con una verità ed un entusiasmo di natura etica.
Dipingere è un atto di giustizia e di gratitudine. Rendere giustizia alle cose significa recuperarne la superficie, cioè la visibilità, liberandola da pregiudizi conoscitivi e da gerarchie inverificate.
La gratitudine parla invece dell’artista, del suo mondo interiore, della sua presenza. Come narrano spesso occasioni e spazi vissuti, così le opere di Fertitta esprimono un bisogno d’identità, una verifica di senso. La rappresentazione è dunque un reciproco affermarsi di presenza: dell’oggetto per il soggetto e del soggetto per l’oggetto.
Nella visione ci sono l’occhio e la sua limpidezza. La sapiente superficie delle cose rende giustizia alla profondità dell’artista”.
Presentazione Mostra Patrocinata dal Comune di Palermo, Galleria d’Arte Dante, Palermo, 1996

Federica Certa
La Vucciria è un corridoio che pullula di colori e di vita, dove i balconi che si affacciano sui banchi di frutta sembrano gridare alla via il bianco dei loro panni stesi contro il cielo. È la Vucciria di Carmelo Fertitta, una scena in progress che l’artista palermitano non ha mai smesso di impastare sulla tavola e di far cantare sulla tela, dal 1986 al 1995. Una specie di posto delle fragole, il picaresco mercato cittadino, che insieme alle barche, al mare, ai vicoli di Taormina, alle palme e alle case bianche, hanno accompagnato Fertitta nella sua ricerca di quel punto di equilibrio, unico e fragile, tra l’astratto e il figurativo, tra la forma e il suo “oltre”, tra l’intelletto e le emozioni, che fu la cifra della sua arte.
<<Il Mediterraneo>> del 5 novembre 1997

 

Carlo Milic

Sembra quasi gli riesca insopportabile ritrarre cose o orizzonti che non gli appartenevano o che non conosceva bene. Allontana da sé le cose sconosciute, quasi temesse di veder dissipare l’idea originale. Un pittore intimista dunque che tuttavia tocca la tela in modo che -come scriveva Proust nel Guermantes -superfici e volumi sono in realtà indipendenti dal nome degli oggetti che la memoria impone su di loro dopo che li abbiamo riconosciuti.
Conscio che della sua realtà è edotto in una assoluta padronanza, sa identificare gli strumenti adatti per giungere alla maggior qualità delle stesure: a tal fine predilige nel dar vita alla composizione, come nel diffondere il colore, la cruda spatola, che la tradizione vuole aguzza e ferina nel cavare, più che nel porre. Eppure, a ben osservare le prove pittoriche di Fertitta, si ottiene la certezza che la maestria dell’artista riesce a sfatare tali miti, piegando il mezzo al senso e alla misura della propria arte.
Infatti l’attrezzo metallico diviene prolungamento della mano, che suggerisce lo smarrirsi dei rilievi nella luce del paesaggio, la concitata animazione delle chiome degli alberi nel soffio del Maestrale, il fuggire, strappandosi, delle nuvole nel cielo, sabbie ed alghe lasciate ai piedi delle barche dal ritrarsi della marea. Beninteso la materia apparirà nella sua pienezza nel risolversi dell’immagine, ma all’attento osservatore non manca l’attenzione per il maturare della capacità di fondazione formale: lo spazio del quadro diventa acutamente campo di incontro tra le forze della rappresentazione nella profonda dinamica che sostiene l’esito pittorico.
Il gesto così contiene la carica energetica e organica che regge l’idea di crescita della forma, quasi la spatola fosse la cazzuola con cui si compatta materia per ottenerne il profilo dei colli, la sagoma delle barche, i muri delle case. Per traslato il colore deposto con la rapidità, che l’esigenza di un rapido coagulo esige, è il medium, che dovrà peraltro obbligatoriamente venir mescolato con la luce per dare all’opera quella parvenza, che tramuta le taches e le tracce prolungate in dati architettonici del paesaggio umano e di Natura.
Da Carmelo Fertitta – Visibilità e memoria – Palermo Giugno 1998

 

Tommaso Romano

La pittura di Fertitta è tutta intenta nella significazione di una mediterranea solarità, pronta a svelare le tracce perenni di una storia che s’incarna nella stagione umana attraverso la rivisitazione del mito. E la figura umana diventa sempre più rara in tale contesto.
Le distese soleggiate dei grandi spazi naturali, la pensosa e struggente lettura pittorica d’una casa o di una semplice barca, richiamano proprio l’universo di Fertitta, senza l’ombra della retorica ed anzi con una sorta di velata ironia che sottende sempre una spirituale verità del linguaggio dell’arte.
[…]
L’irruzione della Luce, nel periodo più intenso della sua storia artistica, è l’altro elemento fondante una lettura organica della produzione fertittiana.
Una chiarità accesa nell’incalzare del colore, una sacralità che si manifesta nell’epifania di una tavolozza cromaticamente ricca perché ricolma di doni metafisici: è il cuore liberato dell’artista.
Questa Luce, questo religioso cantare l’umano paesaggio, la semplicità delle cose e della vita, diventano la metafora alta di una conquistata autenticità senza artifici intellettualistici, con una centralità finalmente ricomposta…
Per Fertitta l’arte è stata una totale scelta di vita, un compimento sublimante ed efficace consegnato al futuro e quindi alla perennità.
Dono per ognuno di noi, del senso vivo di un lungo racconto interiore, di un diario di bordo, che sostanzia il ciclo dell’artista non solo del pittore. E Fertitta è artista. Già iscritto nel tempo senza date della Creazione che nasce da una superiore Rivelazione.
Da Carmelo Fertitta – Visibilità e memoria – Palermo Giugno 1998

 

Luigi Tallerico

La conoscenza intuitiva di una via che congiunga lo stato d’occhio allo stato d’animo ha portato la visione di Carmelo Fertitta a quell’equilibrio di forma-colore che, pur saldando la realtà all’osservazione del vero, non disperde nella rappresentazione ottica i palpiti e le trasfigurazioni liriche delle cose. Infatti la sua pittura è partita dall’effetto di luce guizzante e improvvisa, in grado di evidenziare l’episodico e il fuggevole, attraverso la giustapposizione di toni e di macchie, confermando la libertà e la freschezza compositiva che erano appartenute alla tradizione impressionista e nostrana del divisionismo.
Con questa leggerezza di tocco e frammentarietà visiva, è stato possibile a Fertitta portare l’immagine ad una levità cromatica in grado di correggere quel tanto di retinico che emerge dal rapporto con l’ottica e, nel contempo, rintracciare l’insondato delle cose, attraverso i contrasti luminosi e la tensione della macchia, lasciando sulla tela il senso del non finito e dell’indistinto. Sennonché la partecipazione interiore dell’artista, che nella fase successiva della sua ispirazione caricherà il colore di una espressività eccitata in superficie, agisce sui due punti esaminati, attraverso il coinvolgimento, da una parte, dello spessore della materia, che brulicherà in un magma informale, e, dall’altra, della qualità della luce, che animerà il carattere, nascosto ed emozionale, appartenuto al soggetto creatore più che alle cose rappresentate. Con la conseguenza che le cose acquistano un significato nella misura in cui vengono “scoperte” dal soggetto che le rende vitali -e alterate rispetto al vero -nella forma esteriorizzata.
Ed è interessante individuare come la semplice verità delle cose rappresentate, colte nella loro accidentalità fenomenica, si tramuti in un eccitato brulichio di particelle informali, mentre i toni distesi del paesaggio rintracciano la profondità e la sonorità dei timbri cromatici, alterando il tema e identificando uno stile diverso.
Da Carmelo Fertitta – Visibilità e memoria – Palermo Giugno 1998